Genitori si diventa


“I discorsi sulla famiglia contemporanea iniziano, e spesso finiscono, con i dati statistici sul tasso di divorzio, i nuclei monoparentali, le coppie senza figli e così via. Ciò che a volte si tende a dimenticare è il mondo di pratiche di cui questi numeri ci parlano”. (D.H.J. Morgan, 2011)

Una madre, un padre, non sono tali per semplice statuto biologico, ma costruiscono il proprio essere genitore attraverso un insieme di pratiche quotidiane.

In questo percorso ciascuno è in relazione con un insieme di modelli (i propri genitori, altre persone che hanno figli…), di norme (ciò che dice il pediatra, i consigli sui blog, ciò che mi hanno insegnato al corso pre-parto, ciò che gli insegnanti mi chiedono rispetto a come seguire mio figlio a scuola…).

L’incontro con un mondo che dice che cosa è o non è un (buon) genitore è un’esperienza che riguarda tutti.

È possibile sentirsi in sintonia con questi modelli e norme, così come criticarne alcuni, o decidere di distanziarsene, costruendo un modo completamente diverso di essere genitore. In ognuno di questi casi, si entra in relazione con essi.

Ciò avviene perché il legame familiare, pur così intimo e privato, è materia pubblica e sociale: perché per essere pienamente genitore, o figlio, sembra essere necessario non soltanto attribuirsi questa posizione, ma anche essere riconosciuti come tale da un mondo esterno, che con le sue norme, automatismi e discorsi è interlocutore attivo nella definizione (o nella mancata definizione) di ruoli e appartenenze.